Premio Conti 6° Edizione

La Giuria della sesta edizione del Premio di letteratura, memorialistica, studi e ricerche sulle migrazioni intitolato a Pietro Conti, ideato dalla FILEF e realizzato in collaborazione con la Regione dell’Umbria e l’ISUC (Ist. per la storia dell’Umbria contemporanea), ha proclamato vincitori del premio:

 

PER LA SEZIONE NARRATIVA: Vincitori

Daniela Raimondi (Londra – Gran Bretagna) con il racconto “L’ Addio”,

ex aequo con

Chiara Panaccione (Roma), con il racconto “La terra delle castagne”.

 

Segnalati

A SENHORA  di Amneris Di Cesare

GIÒ GIOIA  di Giacomo Marchi

LA PICCOLA PARIGI  di Antonio Tirotto

MACCHIATO  di Matteo Baraldo

PANE E FICHI SECCHI  di Marisa Catone

ROSE, LA RAGAZZA AFRICANA  di Alberto Arecchi

 


 

PER LA SEZIONE MEMORIALISTICA: Vincitrice

Ginetta Maria Fino (Castel San Pietro Terme – Bologna), con il lavoro intitolato “FRANCIA, Cahors”

 


 

PER LA SEZIONE STUDI E RICERCHE: Vincitrice

Teresa Di Florio (Salerno), con lo studio intitolato “Immigrati: Politiche di integrazione”.

 

Segnalati

INDAGINE SULL’INTEGRAZIONE SCOLASTICA DEGLI ALUNNI STRANIERI
NELLE SCUOLE DELLA PROVINCIA DI TERNI
a cura di Consorzio Cooperativo Sociale Noità (Terni)

MOVIMENTI DI POPOLAZIONE DURANTE IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE E NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA NELLE REGIONI DELLA VENEZIA GIULIA PASSATE ALLA JUGOSLAVIA DOPO L’EVENTO BELLICO
di Olinto Mileta Mattiuz

IMMIGRAZIONE E IDENTITÀ NAZIONALE.  RIFLESSIONI SUL MUSEO NAZIONALE DELL’IMMIGRAZIONE DI BUENOS AIRES.
di Ilaria Magnani

LA LETTERATURA FEMMINILE DELLA MIGRAZIONE. LE SCRITTRICI DELLE EX COLONIE ITALIANE
DI SECONDA GENERAZIONE
di Daniele Comberiati

LA MIGRAZIONE ITALIANA IN ROMANIA. ETNOGRAFIA DI UN VILLAGGIO DELLA DOBRUGIA
di Andreea Raluca Torre

 


 

La Giuria del Premio era composta da:

Alessandro Portelli (Università La Sapienza – Roma), Maria Immacolata Macioti (Università La Sapienza – Roma), Paola Corti (Università di Torino), Tiziana Colusso (scrittrice, resp. Sindacato Europeo degli scrittori), Roberto Crisafi (Reg. Umbria), Marco Rufini (scrittore), Loreto Dinucci (Università di Perugia), Maddalena Tirabassi (rivista Altreitalie), Alberto Sorbini (ISUC), Catia Monacelli (Museo Emigrazione Gualdo Tadino).

La premiazione dei vincitori si è svolta a Perugia, il 5 dicembre, nell’ambito di una intera giornata di iniziative culturali e sociali dedicate ai cittadini migranti di ieri e di oggi, in concomitanza con lo svolgimento del Consiglio Regionale dell’emigrazione umbra.


Manifesto 6 edizione



 

RACCONTI DAL MONDO. NARRAZIONI, MEMORIE E SAGGI DELLE MIGRAZIONI

Il volume, che raccoglie gli elaborati vincitori e quelli segnalati dalla giuria della VI edizione del Premio Pietro Conti promosso dalla FILEF, dalla Regione Umbria, in collaborazione con l’ISUC, è stato pubblicato dalla Fondazione Giovanni Agnelli, Torino con la cura di Paola Corti e Maddalena Tirabassi.

 

Le prefazioni:

 

Maddalena Tirabassi

“Le linee della migrazione attuale, ben rappresentate in questo volume, portano con sé, se mi si passa il gioco di parole, una molteplice molteplicità. Mi spiego: sono linee trasversali – genere letterario, luogo geografico, prospettiva – che si intersecano con quelle verticali della storia. In un libro, frammentati, sono racchiusi più di cento anni di storia. E verrebbe voglia di leggerlo, Racconti dal mondo, non solo nell’ordine degli editori (che poi segue l’ordine del premio, diviso nelle sezioni Narrativa, Memorialistica e Saggi), ma in un ordine cronologico che potrebbe sembrare assurdo al primo, al secondo, forse anche al terzo brano letto, per riaffermarsi infine nella sua coerenza….”

Cominciamo. Si parte dal Risorgimento, dagli albori della “impresa” coloniale italiana. È da lì che, tirando i fili, si arriva al saggio La letteratura femminile della migrazione: le scrittrici delle ex colonie italiane segno evidente di un’Italia che sta cambiando (che è già cambiata) e di un concetto nuovo di italianità che va assolutamente riformulato perché racchiuda una serie di valori e riferimenti culturali più ampi.

Poi, è il 1904. Il primo sciopero nazionale italiano.
Il bellissimo racconto La piccola Parigi parte dalle prime avvisaglie di questo sciopero, in Sardegna.
Una migrazione virtuale, si potrebbe dire, ma non per questo meno alienante o difficoltosa.
Il saggio La migrazione italiana in Romania. Etnografia di un villaggio della Dobrugia è nel frattempo già iniziato, e attraversa la storia di due paesi – la linea temporale tocca e si sovrappone a quella geografica – dal 1871 ad oggi.
Agli inizi del Novecento appartengono i racconti sull’emigrazione “storica”: addirittura dal 1890 prende inizio Giò Gioia, dagli anni Dieci il vincitore della sezione narrativa, La terra delle castagne, che ricorda molto il bel film di Crialese Nuovo mondo.
Sono gli anni del fascismo: Ermias, il protagonista italo-etiope del racconto Macchiato, ne porta le conseguenze sul suo viso meticcio, con il rischio di non essere accettato né dalla cultura dei colonizzatori né da quella originaria. E la follia mussoliniana porterà l’Italia fino alla seconda guerra mondiale, sapientemente documentata dal saggio Movimenti di popolazione al confine nordorientale d’Italia nell’ultimo conflitto mondiale.
Giusto per ricordare ancora una volta, nel caso ce ne fosse il bisogno, che la migrazione prende mille forme, muta faccia e corpo: è al tempo stesso guerra, progetto coloniale, scalata sociale e lavorativa, viaggio disperato e nuovo padronato multinazionale. E ogni diversità si porta dietro inscindibili elementi comuni.
Sono già gli anni Quaranta e Cinquanta, quelli della grande migrazione verso le miniere del Belgio, della Francia e della Svizzera. È l’epoca in cui inizia la narrazione di Cahors (Francia), vincitore della sezione memorialistica, un intenso affresco di una famiglia italiana emigrata in Francia. E sono gli anni (per l’esattezza il novembre del 1951) in cui il Po invade il Polesine ed ha inizio la storia di L’addio, un altro racconto sospeso tra creatività e memoria, tra rielaborazione artistica e ricordo. Sono gli anni Sessanta, ma in Brasile, anche nel testo A Senhora, bella descrizione di un frammento dell’emigrazione italiana
a San Paolo: morti di vecchi emigranti, nuove vite che nascono con i segni del viaggio e della migrazione, ancora una volta al tempo si sovrappongono luoghi diversi. L’Italia reale alla porte del boom, quella ricordata – o immaginata, o solo sognata – dagli emigranti, che vivono in un paese reale – l’altro, non la loro patria – e in uno che non esiste più, neanche nel ricordo che ogni giorno si trasforma, deforma e si ingrossa fagocitando ogni elemento negativo. È anche un atto salvifico della memoria e dello spirito: c’è sempre un luogo – o c’è stato o ci sarà – in cui vivere meglio, nel quale vivere davvero.
E ci avviciniamo ai giorni nostri: l’Italia, da paese di emigrazione, si scopre paese di immigrazione.
Bisogna ripensarsi, non dimenticare il passato, ma calarlo in un presente che talvolta sembra troppo veloce per comprenderlo davvero. E l’incomprensione produce drammi e diffidenze.
Drammi: quelli di Solo un po’ di terra, le riflessione di un migrante stipato su una nave, alla ricerca della vista di un’alta terra promessa – questa volta l’Italia – in un percorso del tutto simile a quello di Giò Gioia. Entrambi cercano solo un po’ di terra. Diffidenze: quelle del protagonista di Rose, la ragazza africana, che si rende conto per la prima volta di quanto sia realmente difficile andare verso l’altro. La nuova prospettiva della migrazione emerge anche dagli studi: esempi locali come Immigrati e politiche di integrazione: il caso della Campania o Indagine sull’integrazio – ne scolastica degli alunni stranieri nelle scuole della Provincia di Terni testimoniano l’attenzione alle suddette tematiche e la capacità di cogliere in dati locali esempi da seguire o da evitare in chiave nazionale.
Eccola qui, la storia del Novecento, secolo che forse più di ogni altro è stato caratterizzato da possenti spinte migratorie, in rotte che sono cambiate e che si sono via via incrociate. Una storia troppo frammentata, si potrebbe obiettare. Ma non è forse quest’epoca a vivere di frammenti, divisioni, nicchie e parcellizzazioni alle quali a volte sembra impossibile dare una visione d’insieme?
Eccola, una visione d’insieme. Sotto la chiave della migrazione.”

 


 

La Prefazione di Rodolfo Ricci 

 

“Difficile solo immaginarla la storia dei 60 milioni di italiani nel mondo. Più probabile recuperare ricordi, testimonianze, bagliori di un esodo durato oltre un secolo e mezzo; un esodo non lineare, frastagliato e con tante terre promesse che lampeggiavano di fronte agli occhi spalancati verso un avvenire. Più che di una storia, si tratta allora di tante differenti storie la cui casistica è così vasta e contraddittoria come quella di ogni popolo; e in questo caso si tratta di un popolo in movimento, così che ad ogni passo, si tratterebbe di capire quali e quante variabili ne configurano la soggettività (se c’è) e quante forme identitarie asso assume, via via che viene integrato, o assimilato, o rifiutato o tutte e tre le cose insieme.
Quindi è d’obbligo procedere rapsodicamente, tra i tanti vuoti della memoria collettiva, senza velleità euristiche, ma solo con l’ambizione di accendere un lume, come fa da oltre 12 anni il Premio Conti, ideato dalla FILEF all’inizio degli anni ’90 e che trovò nella Regione Umbria la sensibilità necessaria a far riemergere ciò che nel corso del tempo si era via via affievolito e disperso.
Un mondo fatto di identità in divenire, contrariamente a quanto in diversi pensavano e forse pensano, sia sul piano sociale ed economico, che su quello culturale e che tuttora si evolve insieme alle popolazioni autoctone che hanno incontrato o alle altre schiere di migranti che li avevano preceduti o che li hanno seguiti. Perché il popolo migrante non è fatto solo di italiani, ma prima ancora di tedeschi e gallesi, svizzeri e irlandesi, galleghi, baschi e bretoni, scandinavi e polacchi, insomma da una congerie di genti che sono l’intera Europa sovrappopolata e contadina, misera e scarsamente alfabetizzata, come e più delle schiere di migranti che abitualmente osserviamo arrivare sulle coste dai nostri divani televisivi.
Di italiani ne partirono 28 milioni; ben oltre la metà della popolazione totale. Molti per ritornare (prima o dopo) molti altri, i più, per restare nei luoghi di arrivo, o per continuare a migrare, come quelli che, partiti dal Rio Grande alla fine dell’ottocento, hanno risalito gli stati brasiliani di Santa Catarina, Paranà, San Paolo, Mato Grosso do Sul, Mato Grosso, Rondonia, Acre e si trovano ora, dopo oltre cento anni alle propaggini meridionali dell’Amazzonia, alla ricerca di nuove terre da coltivare o da strappare ai grandi latifondisti che l’hanno rubata falsificando i documenti catastali, oppure uccidendo i precedenti possessori.
A conferma che non tutti (anzi pochissimi hanno fatto successo), troviamo tra questi senza terra, milioni di discendenti di italiani; e a conferma che non tutti gli italiani sono pii e coscienziosi, ne troviamo parecchi nel ruolo di latifondisti o sfruttatori di manodopera patria e indigena. Questo ci invita a ragionare fuori dei miti o delle iconografie ufficiali e a rinverdire qualche approccio dimenticato che invitava a distinguere dentro una nazione situazioni sociali, aspirazioni ed ispirazioni diverse, interessi talvolta conflittuali, spesso opposti.
Cosa avevano in comune oltre al fatto di essere discendenti di italiani, i Generali golpisti Lambruschini, Viola o Massera e gli oltre 10.000 desaparecidos di origine italiana di cui si è persa traccia e che solo la caparbietà delle madri di Plaza de Majo (con i nomi di Estela Carlotto e Ebe de Bonafini) hanno recuperato e imposto alla nostra memoria ? O tra quegli italiani dell’Uruguay esiliati in Olanda e Svezia e il loro torturatore Dan Mitrione, che veniva da New York a Montevideo per addestrare le milizie, anche lui, certo, italiano, di origine siciliana ?
O, per richiamare fatti più recenti, che differenza passa tra il Sig. Cavallo, di ascendenza piemontese, Ministro dell’economia dell’Argentina sotto il Governo del default, puntuale esecutore delle politiche del FMI, con i milioni di discendenti di piemontesi operosi a cui la crisi ha sottratto tutti i risparmi di una vita ?
La storia dei migranti italiani è una infinita storia di lavoro: in Brasile gli italiani sostituiscono gli schiavi afroameircani nella coltivazione del caffè. In Australia, con l’introduzione della canna da zucchero, e in mancanza congenita di schiavi, gli italiani risultano indispensabili. In Francia tagliano i boschi sui Pirenei, e se vogliono cambiare lavoro, devono attendere 10 anni (lo impone la pianificazione in agricoltura). Negli Stati Uniti fanno di tutto. Nell’Europa del nord servono soprattutto nelle miniere e nella grande industria. A Colonia si racconta che nei piloni in calcestruzzo dei grandi ponti sul Reno siano intrappolati molti giovani manovali e carpentieri italiani, caduti giù a costituire parte integrante ed eterna dell’opera di ricostruzione della Grande Germania.
Fatti noti sono le tragedie di Mattmark, di Marcinelle, in Belgio. A Monongah, etimologicamente “terra dei lupi” nel West Virginia, cinquanta anni prima (e quest’anno sono 100 ) ne erano morti oltre quattrocento: tragedia ignorata fino a pochi anni or sono, come l’altra nella sperduta Dawson, nel New-Mexico.
A San Paolo del Brasile, un monumento di artista italiano proclama fama imperitura ai costruttori italiani della grande città. Analoghe lapidi e steli commemorative si rinvengono a Buenos Aires o a Montevideo. Solo più recentemente, in Germania e in Svizzera, mostre documentarie e piazze vengono intitolate all’emigrazione italiana che grande apporto ha fornito al loro grande sviluppo industriale.
E oltre all’epica, possiamo interessarci della cronaca: a Gevelsberg, sulle colline della Ruhr, ci si ricorda ancora il massacro nella neve di 5 tedeschi accoltellati da un emigrato sardo all’uscita da un bar, dopo che lo stesso era stato da loro malmenato a sangue per l’insostenibile ingiuria di aver conquistato una ragazza del posto.
O dei fatti di costume: a Francoforte sul Meno, ad esempio, i giovani meridionali toccavano il posteriore alle ragazze tedesche in minigonna ondeggianti sulle scale mobili dei grandi magazzini, partendo dall’assunto che mostrare le gambe costituiva segnale di disponibilità.
Ma anche fatti che potrebbero costituire trama interessante per film di azione e avventura: nel deserto australiano, gli italiani emigrati furono accolti nei campi di concentramento utilizzati qualche anno prima per i prigionieri della seconda guerra mondiale: di giorno uscivano per lavorare, ma ad una certa ora dovevano assolutamente rientrare nel campo, pena l’arresto o l’espulsione; a Bonogilla, (400 chilometri a nordovest di Sydney) nel ’52, questa situazione si protrasse per alcuni mesi, poi tre italiani, presi dallo disperazione di trovarsi in un deserto peggiore di quello di partenza, uno dopo l’altro si impiccarono; italiani, greci e portoghesi incendiarono il campo; giunsero polizie e milizie varie con annessi carri armati, arrestarono, espulsero, ma da quel momento il governo australiano comprese che forse era più opportuno introdurre differenti procedure per l’accoglienza e l’inserimento dei migranti. Tra gli organizzatori di quella sommossa c’era un imbianchino calabrese, Giovanni Sgrò, che poi diventerà il primo –ed unico ad oggi- vicepresidente straniero del Parlamento dello Stato del Victoria, la cui capitale è Melbourne, abitata da mezzo milione di italiani. E c’erano anche altri giovani -cosa meno nota- che nella fuga si dispersero nel deserto: furono accolti da tribù aborigene, si abituarono a vivere con loro, sposarono le loro donne, e, probabilmente, alcuni vivono ancora da quelle parti, lungo le vie dei canti, di cui ci parla Chatwin.
Dieci anni più tardi, 1962, agli antipodi di questo mondo, un altro luogo viene messo a ferro e fuoco dagli emigrati italiani: Wolfsburg, ancora “città dei lupi”, ma anche città della Volkswagen edificata dagli italiani durante il decennio nazionalsocialista. Qui gli italiani che assemblavano la “macchina del popolo” nella città-fabbrica, finito il lavoro rientravano nei campi di concentramento operai, vigilati notte e giorno da guardiani con annesso cane pastore, non raramente ex appartenenti alle SS; dormivano in baracche di legno, dieci per stanza e l’unico diversivo settimanale era, come per i detenuti, l’ingresso scadenzato di prostitute, contrattato e pattuito con i guardiani nel campo. Quando, una notte, un giovane italiano morì senza alcuna assistenza medica, scoppiò la rivolta. Bruciati i dormitori, poi le automobili lungo il percorso che portava alla fabbrica, poi la fabbrica, poi la città. E’ un fatto poco noto, perché le diverse ragion di stato (compresa quella sindacale autoctona) avevano da tutelare un utile silenzio, sia in Germania che in Italia.
Meticciati e incroci di ogni tipo percorrono la teorie delle schiere di migranti italiani: non solo con anglo-sassoni, francesi o ispanici, ma anche –meno noto- con le tribù Guaranì nel sud del Brasile, con i Charrua nell’Uruguay o i Mapuche in Cile, con l’elemento gaucho nel Chaco e nelle Pampas, con gli indios amazzonici e con gli afro-discendenti di Spartaco, nel nord caribico e nel nord-est brasiliano.
Di questo popolo migrante è possibile recuperare un notevole repertorio di eventi più o meno strabilianti o edificanti, come si può ricostruire una storia infinita della santità o dell’infamia, al modo di Borges, per tutti i popoli che resistono sul suolo natio, stanziali e aggrappati alle loro terre e città. L’unica cosa che differisce in queste due possibili storie –di nomadi e di stanziali- è che i primi si muovono fisicamente e gli altri no, o molto meno. Quindi la letteratura sviluppa altre dimensioni, la vita quotidiana si configura diversamente, la mente elabora altre paure e altre aperture. Gli uni e gli altri vedono gli spazi in un modo diverso e il valore che danno alle cose, agli oggetti, alla terra e al cielo, è differente.
Nessuno si senta svantaggiato o privilegiato: le stagioni della vita –e della storia- impongono dei corsi e dei ricorsi in tempi alterni; noi osserviamo le cose e gli eventi in tempi stretti, se li potessimo osservare come in un campo lungo ci accorgeremmo di essere stati, di essere e poi di “diventare” qualcos’altro, e questa identità in divenire ricorda il perenne ritorno o forse, meglio, una sorta di lotteria universale il cui esito nuovamente, appare incerto, imponderabile…..”

Rodolfo Ricci (Coordinatore nazionale FILEF)

 

 

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